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01 April 2015 @ 11:57 am
Le parole? Sappi Cederle! (01/04 h12 - 02/04 h12)  
Popolo! Ci siam detti: perché per una volta anziché fare lo Scherzone di primo aprile travestito da challenge, ché ormai è il quarto anno e non ci casca più nessuno, non facciamo la challenge travestita da scherzone di primo aprile, così a fine giornata sarà un fiorire di "acc, avrei voluto partecipare e avere le strisciulinzzz"? Dopotutto, sarebbe il modo ideale per non farvi più capire quand'è che scherziamo davvero!



[Le parole? Sappi Cederle!]

... poi ci siamo detti che no, la strada maestra è già tracciata.
SEI APPENA STAT@ TAGGAT@ PER "SAPPI CEDERLE!"


Cosa devi fare?

1) Non devi dire a nessuno del vero contenuto di questo post. Anzi, devi stimolare più gente possibile a cadere vittima del nostro scherzo! Devi convincerle che è una challenge strafiga - ed è vero! (Questo include anche le reazioni su Twitter. Non darci delle merde, limitati a retwittare!)

2) Non devi, ma puoi prendere la strisciolina commemorativa:



3a) Guarda i fanwork presenti nei commenti, leggile, scegli uno spezzone da almeno sette parole consecutive (es.: se scegli la prima storia presente nei commenti, puoi scegliere "lo ha riconosciuto ancora prima che aprisse", o "lo spinge contro il muro so cosa") e riportalo tal quale, cambiando al massimo la punteggiatura, in un tuo fanwork da almeno 100 parole. Lo spezzone va evidenziato (in grassetto o con un colore) e riportato anche in fanwork diversi dalle fanfiction. Potete postare anche in risposta al fanwork da cui avete prelevato lo spezzone.

3b) Il fanwork non è crosspostabile per nessuna iniziativa interna o esterna al network di Lande di Fandom. Niente tabelle nostre o altrui, niente Sillabario, niente Fandom League, niente. Solo pescioni.

4) Per quanto riguarda la pubblicazione del fanwork, si fa riferimento alle regole della notte bianca.

5) Se completate almeno una volta la challenge, vi tocca una seconda strisciolina!



La challenge dura esattamente 24 ore e terminerà alle 12 di domani, 2 aprile. Buon divertimento!
 
 
 
defe ~ la sezione aurea del fandom (cit.): football | josé | heyyouel_defe on April 1st, 2015 09:57 am (UTC)
[RPF CALCIO] José Mourinho/Davide Santon | Slash, (almost) Unresolved Sexual Tension | NSFW | 585
"Puoi anche smettere di fingere di non guardarmi, sai." Davide non si volta neppure per salutarlo - neppure per sentire il suo saluto, lo ha riconosciuto ancora prima che aprisse bocca, perché nessuno cammina negli spogliatoi come fa lui. Due o tre passi lenti, fermarsi per guardarsi attorno, sorridere a ciò che riconosce (il borsone è sempre quello, il bagnoschiuma è quello dolce e pungente che usava già a diciotto anni, il culo di Davide è sempre il paradiso in Terra) e guardare incuriosito tutto ciò che è nuovo (il borsone non è davvero quello, è che Davide li prende sempre uguali; la maglia ha un numero diverso, strisce strette, colori più scuri; e lo spogliatoio del Rose Bowl è l'ostentazione di quanto riescano a spendere gli americani per le cose inutili).
"Ciao anche a te," risponde José, la voce appena più bassa di quanto risuoni nei messaggi vocali. È quasi un anno che non lo rivede. Sono più di due anni che non lo tocca. Davide chiude l'acqua, afferra l'accappatoio - José sorride e aggrotta le sopracciglia a un tempo, perché gli accappatoi sono una fissa di Davide, ma questo azzurro non lo ricorda affatto - e poi trae un sospiro, si volta, borbotta qualcosa in risposta. "Bella partita. Quest'anno siete forti."
"Se servissero a qualcosa le amichevoli estive..." Davide chiude gli occhi al tocco di José sulla sua nuca; si china, accetta che le sue labbra sfiorino le proprie, e niente di più.
"Cosa c'è?"
"So cosa vuoi." José fa scivolare la sua mano dalla nuca al petto ancora umido, solleticando la pelle intorno a un capezzolo, e non ha il tempo di fare altro - Davide lo strattona e lo spinge contro il muro.
"So cosa vuoi," sussurra ancora, un'eco di minaccia che a José sembra tutto, fuorché forzata; armeggia con la cintura dei suoi pantaloni, abbassa la lampo, fa saltar via il bottone che tintinna da qualche parte nella stanza vuota. "So come lo vuoi." Davide lo schiaccia contro la parete gelida, José può sentire il suo respiro arroventargli la pelle dietro, sul collo, il suo sesso duro che preme contro le proprie natiche, il suo odore - non riesce a riconoscerlo, non è più quello dei suoi ricordi. Davide lo trova eccitato, gli ridacchia nell'orecchio mentre lo stringe nel pugno. "Be', scordatelo. Non sono lui. Non sono nessuno di quelli che ti sei fatto." Molla la presa, Davide, e José si volta solo quando respiro e cuore hanno ripreso un ritmo normale; si veste con calma, ignorando il suo sguardo avido, la propria eccitazione repressa a fatica. "Se mi vuoi, è alle mie condizioni, non alle tue. Le sveltine puoi fartele a Londra con chi ti pare."
José lo fissa ancora, Davide alza lo sguardo per incontrare il suo. Non è più voglia, non solo. "Cos'è che vuoi, Dade, una storia d'amore?" chiede, e il proprio ghigno è il riflesso del suo, si allargano e svaniscono negli stessi istanti.
"Da te?" risponde, con una punta di disprezzo. "Più facile sentirti ammettere di aver sbagliato."
"Non con te. Mai con te," commenta, risistemandosi gli abiti per quanto possibile - oh, sarebbe divertente spiegare perché gira con pantaloni privi di bottone, se solo avesse intenzione di giustificarsi. "Tutta una notte può bastarti?"
"Per il momento. Fammi sapere tu quando, ripartiamo un giorno dopo di voi." Davide lo tira per la cravatta, lo bacia, quasi gli risucchia ogni anelito d'aria nei polmoni prima di lasciarlo andare. "È colpa tua se sono così esigente."
zia Lizzò ~ la leonessa sul comò: gen | rolling chicklisachanoando on April 1st, 2015 06:17 pm (UTC)
Re: [RPF CALCIO] José Mourinho/Davide Santon | Slash, (almost) Unresolved Sexual Tension | NSFW | 5
Userò uno dei miei regali per richiedere il seguito col D/s vero.
defe ~ la sezione aurea del fandom (cit.)el_defe on April 6th, 2015 11:11 pm (UTC)
Re: [RPF CALCIO] José Mourinho/Davide Santon | Slash, (almost) Unresolved Sexual Tension | NSFW | 5
Questo è D/S vero. Tu vuoi del D/S porno.
zia Lizzò ~ la leonessa sul comò: gen | rolling chicklisachanoando on April 7th, 2015 08:57 am (UTC)
Re: [RPF CALCIO] José Mourinho/Davide Santon | Slash, (almost) Unresolved Sexual Tension | NSFW | 5
True dat.

(D/s* =P)
NagiEveryone Trash~: Reigisa/slash/yaoimanubibi on April 1st, 2015 11:10 am (UTC)
[Free!] Nagisa/Rei | future!fic, pwp | SFW | 831
Quando i suoi occhi si posano inaspettatamente su Nagisa, devono abituarsi ai cambiamenti, al tempo che ha eroso le curve morbide e bambinesche dal suo viso. Devono accettare che quello che era il suo compagno di lenzuola, di baci, di uscite, di sorrisi strappati l’uno all’altro, è cambiato, forse anche dentro di sé. È quasi un anno che non lo rivede. Sono più di due anni che non lo tocca. Probabilmente non lo toccherà mai più, effettivamente, non come era abituato a fare. Ma gli sono bastati pochi mesi per superare il magone, il dolore, il risentimento per non essersi trasferiti assieme. Dopotutto, Rei è una creatura di logica. Non si butta nelle cose senza pensare, non cerca di nascondere le sensazioni che prova, sicuramente non rimpiange l'aver preso la propria strada.
Infatti, quando parlano di nuovo, non c'è alcun rimpianto nel modo in cui danzano di nuovo attorno l'uno all'altro. Non c'è neanche esitazione quando si rivedono ancora e ancora, sicuramente non c'è paura quando litigano, per la prima volta da quando si sono lasciati.
"Fammi capire, hai voluto che ci mollassimo e adesso vuoi che ci rimettiamo assieme? Solo perché adesso viviamo nella stessa città?" Rei sibila, facendo qualche passo avanti mentre Nagisa retrocede. È una creatura logica, ma ciò non significa che i suoi sentimenti - quelli nascosti, quelli che gli voleva regalare - siano cambiati poi così tanto: la rabbia c'è ancora. L'affezione c'è ancora.
"Le circostanze non sono le stesse, Rei," Nagisa risponde, stringendo i pugni perché se si lascia andare sa che farà qualche scemenza tipo afferrarlo e sbatterlo contro il muro del suo appartamento ed iniziare cose che Rei chiaramente - per lui - non vuole fare. E anche Rei è cresciuto. Il suo viso è diventato tagliente, se c'era qualche rotondità nella propria forma adolescenziale, se n'è andata. Anche i suoi occhi sono mutati, ora si sono abituati a leggere dati, memorizzare informazioni, eliminare quelle inutili per concentrarsi solo su ciò che serve. Rei, in un certo senso, ha lasciato perdere tutto ciò che di fluido c'era nella sua vita, prima di tutto l'acqua.
"Perché non sono le stesse? Quello che dici non ha logica!" Quasi grida, frustrato. Le circostanze sono solo la vicinanza fisica. Ma quella emotiva non è mai cambiata, danzano ancora l'uno attorno all'altro proprio come una volta.
"Non sto parlando di logica, sto parlando del fatto che ora potremmo vederci quanto vogliamo, e non solo via internet. Se avessi voglia di vederti, potrei prendere una linea di metropolitana o due ed essere a casa tua. Ma da Iwatobi a Tokyo la strada era troppo lunga, capisci? Io avevo bisogno di toccarti, Rei. Non è un capriccio: io non avrei potuto fingere di farla funzionare da quella distanza," il biondo dice sospirando, mentre si torce le mani. Per un momento, sembra quello di una volta: tondo, tenero. Quello che riusciva a strappargli un sorriso anche nella frustrazione più intensa.
Rei sospira, anti-climatico. Non gli piace arrabbiarsi, e non gli piace rinfacciare i giorni passati a chiedersi perché. Però questo è esattamente quello che Nagisa gli aveva detto alla fine del loro terzo anno, alla fine di otto mesi passati assieme non solo da amici - troppo poco tempo eppure abbastanza da segnarsi a vicenda. Certe cose non sono ancora cambiate.
"Quindi per te avere una relazione fisica è più importante del resto?" Chiede, provocatorio, usando la peggiore esagerazione della storia.
"Sai che non è così, dai," Nagisa risponde, già spazientito. "Sto dicendo che la distanza sarebbe stata un ostacolo troppo fastidioso e mi avrebbe reso infelice. È questo che avresti voluto?"
NagiEveryone Trash~: Reigisa/slash/yaoimanubibi on April 1st, 2015 11:10 am (UTC)
Re: [Free!] Nagisa/Rei | future!fic, pwp | SFW | 831
Rei chiude gli occhi, strofinandoli piano. E poi annuisce: ha già sentito tutto questo, eppure continua a non capirlo. Però non vive nella testa di Nagisa, ed è evidente che quello che a lui sarebbe sembrato uno svantaggio da poco per l'altro era determinante.
"Però," Nagisa continua, facendo un passo avanti, incontrando l'altro, avvicinandosi. "Però adesso non sarebbe qualcosa di così pesante. Adesso posso vedere qualcosa nel nostro futuro," ammette. Con un lieve sorriso. "Accetteresti, Rei-chan?"
Il ritorno del -chan fa salire una ondata di nostalgia che prende a schiaffi il viso di Rei. Da quant'è che non lo sentiva con quella voce frizzante, dolce, innocente? Da troppo tempo, dall'ultima chiamata che si sono scambiati dopo la fine della scuola. E forse è quell'onorifico piazzato strategicamente a farlo arrendere. Rei si guarda attorno, l'appartamento che sa ancora di sconosciuto e di impersonale - forse è un po' colpa sua, visto che non l'ha riempito delle sue cose e non ci ha dato il suo tocco. Forse Nagisa può, ancora una volta, tirare fuori il meglio di lui. Forse la presenza di Nagisa può aiutarlo a riempire i muri, illuminare la stanza, dare più sapore al cibo che mangia.
"Mi dai un po' di tempo per pensarci?" Chiede, tornando a posare gli occhi violetti nel magenta rimasto immutato di Nagisa. Che si addolcisce, probabilmente nella consapevolezza di avere vinto.
"Okay."
ranting_one: Leslie Knoperanting_one on April 1st, 2015 12:59 pm (UTC)
[ONE PIECE] Zoro/Sanji | Slash, si parla non direttamente di cose NSWF | SFW | 397
"Puoi anche smettere di fingere di non guardarmi, sai."
Zoro per poco non si strozza con il sake che sta bevendo, mentre Sanji, voltato a cucinare, butta lì quelle parole come se niente fosse.
“Di che diavolo parli, cuoco da strapazzo? Non ti sto guardando.”
Zoro sa – anche se non può vederlo – che il cuoco sta ghignando soddisfatto, la sigaretta accesa stretta tra i denti.
“Come ti pare.”
Dice, divertito, e a Zoro verrebbe voglia di prendersi a pugni. Non è da lui abbassare la guardia, non è da lui farsi travolgere da vizi che non coinvolgano l’alcol, e invece, dalla notte prima, il suo mondo sembra essersi capovolto totalmente. E’ lì, in quella cucina, e sta bevendo solo perché gli serviva una scusa. Patetico: non si sente di definirsi in nessun altro modo. E la cosa peggiore è che quel cuoco di merda, quel principino da strapazzo che non fa che volteggiare attorno a Nami e a Robin e a qualunque altra creatura in gonnella, si comporta come se nulla fosse successo, come se andasse tutto bene, come se quel passo del cazzo che hanno fatto – che più che un passo è stato un inciamparsi addosso, un sbattersi le cose in faccia, un prendersi per la nuca e premersi la fronte dell’uno contro quella dell’altro – fosse la cosa più normale del mondo.
Perché? E’ Zoro quello che per primo ha trovato qualcosa di diverso dalle spade e dalla vittoria che pure lo stimolava ugualmente. E’ lui che per mesi e anni ha cercato di attirare l’attenzione di quell’idiota senza mai ottenere quello che voleva davvero, e ora che finalmente l’aveva stretto, ora che finalmente l’aveva in pugno, ecco che il cuoco gli va dire che va bene, mentre lui ha mille dubbi, mille idee che gli passano per la testa.
Semplicemente non è giusto.
Zoro beve un’altra sorsata, così da aiutare la sua voce a non suonare patetica e lamentosa. “Io davvero non ti capisco, idiota che non sei altro.”
“Forse non mi capisci perché l’unico idiota qui dentro sei tu,” ribatte Sanji, e Zoro serra la mascella e il pugno che stringe il collo della bottiglia.
E neanche per un secondo il pensiero che solitamente Sanji gli avrebbe detto di piantarla di sprecare così le loro scorte di vino e di andarsene da qualche altra parte gli passa per la testa.

Edited at 2015-04-01 01:04 pm (UTC)
nike158: wtf? Peter+Theonike158 on April 1st, 2015 01:03 pm (UTC)
[White Collar] Peter Burke, Neal Caffrey | gen, future!fic | SFW | 393
La prima volta che lo rivede pensa di esserselo immaginato; dà la colpa alla suggestione degli Champs-Elysee, all’euforia di trovarsi di nuovo, dopo più di un anno, nella stessa città e sotto lo stesso sole che ora brilla splendente su di lui. Il tempo di una macchina e Caffrey, sempre che sia stato lui, è sparito. Tutto normale. Sorride e continua la sua passeggiata verso l’hotel nel quale alloggia.
La seconda volta non ha dubbi, è Neal quello che si destreggia senza fatica tra i tavolini di un bar; non uno qualsiasi, ovviamente, uno di quei cafè raffinati dove ci lasci l’equivalente di un pranzo a buon mercato, e solo per un cappuccino e una brioche. Gli ha sorriso per un attimo attraverso la vetrata e poi ha ripreso a camminare, diretto alla cucina, a un’altra via d’uscita.
Quando finalmente sono faccia a faccia, ogni possibilità di fuga impossibile (almeno che Caffrey non lo voglia), Peter si gode il momento. Sono tre giorni che è a Parigi, sua moglie e suo figlio sono con lui, in fondo è lì in vacanza, ma salire sulla cima di Notre Dame con il passeggino non è stata un’opzione valida e non hanno voluto svegliare Neal, e non ha fretta. Ha imparato a non averne mai con lui, quindi si gode il momento e lo studia –come Caffrey sta facendo con lui. Non sembra passato un giorno dall’ultima volta che l’ha visto, è solo un po’ più roseo di quell’ultima immagine che non è mai riuscito a cacciare, nemmeno una volta saputo che era ancora vivo. Vorrebbe dire qualcosa, ma niente sembra adeguato, così continua a fissarlo negli occhi; anche quelli sono uguali ma questo azzurro non lo ricorda affatto, è una sfumatura diversa. Forse è colpa delle luci della cattedrale, o almeno questa è l’opzione più facile da sopportare, più facile del pensiero che sia dovuto a quel lato di Caffrey, quello criminale, che non è riuscito a cacciare quel tanto sufficiente per farlo rimanere al suo fianco.
“Ciao, Peter.”
È Neal a rompere il silenzio-non silenzio, sono circondati da persone ben lontane dall’essere interessati al loro incontro e a stare zitte.
“Ciao, Neal.”
Sta sorridendo, mimando il ghigno sulle labbra dell’altro. Certe cose difficilmente cambiano e finché il suo ex collega sarà in vita, potrà sempre contare che il loro rapporto è una di queste.

Edited at 2015-04-01 01:07 pm (UTC)
My Pride: Jason3pride on April 1st, 2015 01:23 pm (UTC)
[BLACK DAGGER BROTHERHOOD] Qhuinn | Introspettivo | Slash, Missing moment | SAFE | 276
Sospiri pesantemente e osservi la goose che hai abbandonato davanti a te, afflitto e desideroso di spaccare il muso di qualcuno. Non importa di chi, ora come ora ti andrebbe bene davvero chiunque. La musica, che ti martella nelle orecchie a ritmo serrato, sembra quasi volerti ricordare il motivo per cui sei lì, ma tu fai praticamente finta di non sentirla, per quanto arduo sia. Ti viene solo in mente il litigio avuto con Blay, l'odio nei suoi occhi, il tremolare rabbioso del suo labbro inferiore... e le parole che ti ha rivolto con fare sprezzante dopo che hai provato a baciarlo e ti ha spintonato via.
«Io davvero non ti capisco, idiota che non sei altro», ti ha sibilato a zanne scoperte, e, per quanto in un primo momento tu gli abbia urlato in faccia che doveva andarsene a fanculo e lasciarti in pace, adesso, seduto al solito tavolo al One Eye, sai che quello stupido di Blay ha ragione. Ha ragione nel dirti che sei idiota, nel rinfacciarti che non sai quello che vuoi, che credi di avere la verità in mano senza comprendere i suoi sentimenti, e che, soprattutto, è solo colpa tua se ha fatto ciò che ha fatto. Sei stato tu a gettarlo letteralmente fra le braccia di tuo cugino. Sei stato tu a dirgli che aveva bisogno di qualcosa di meglio. Sei stato tu a porre fine alla vostra storia prima ancora che cominciasse. Non puoi fargliene una colpa, adesso, per quanto quel bisogno di ammazzare qualcuno sia prepotentemente tornato nella tua testa, sussurrandoti malevoli parole.
Sta' buono e piangiti addosso ora che puoi, amico. Domani è un altro giorno.
Alexiel Mihawk: Misato spirit animalalexiel_hamona on April 1st, 2015 01:30 pm (UTC)
[Evangelion] Misato Katsuragi,Ryoji Kaji | gen, missing moment | 317
La lattina di birra gelata le ha raffreddato le dita a tal punto che Misato non riesce più a sentirle; la rigira lentamente tra le mani, osservandone il profilo, cercando di evitare che il suo sguardo scivoli via, sulla figura al suo fianco.
«Quindi come sono stati questi anni in Germania, Asuka ti ha creato problemi?» si obbliga a domandargli.
Kaji sorride, espirando il fumo della sigaretta e lasciando che salga verso il cielo stellato, non che le stelle si vedano, l’inquinamento luminoso di Tokyo 3 le oscura completamente.
«Non più di quanti ne avrebbe creati a te» risponde con voce allegra, girandosi verso di lei e cogliendo il suo sguardo scostarsi di scatto, come se l’avesse scoperta a osservare qualcosa di proibito (e forse è così, visto tutto quello che c’è stato tra loro, visto tutto quello che sono riusciti a farsi a vicenda).
«Puoi anche smettere di fingere di non guardarmi, sai».
Misato gonfia le guance e sbuffa, voltando completamente il capo dalla parte opposta.
«Perché mai qualcuno dovrebbe volerti guardare, Kaji? Non sei nemmeno così bello, sei invecchiato».
L’uomo sorride, slacciandosi il primo bottone della camicia e facendosi aria con una mano; quell’estate perenne, con le sue notti afose e il frinire dei grilli, sta offrendo loro, in quei giorni, giornate particolarmente calde, in cui dormire risulta impossibile e lavorare più che difficile.
«Così mi ferisci» sorride appena, voltandosi verso di lei e sorridendo appena; rimane appoggiato al parapetto del balcone, la sigaretta che penzola mollemente dalle dita, sollevando volute di fumo sottile.
Misato scuote il capo aprendo la porta che dà verso l’interno e ricevendo un’occhiata di fuoco da Asuka, che per tutto il tempo non ha mai smesso di osservarli da dietro il vetro.
«Come se fosse la prima volta» mormora piano rientrando nell’appartamento.
«Come se bastasse questo a scoraggiarmi» risponde a mezza voce Kaji, ma Misato è troppo lontana per sentirlo.
NagiEveryone Trash~: Kawoshin/NGE/yaoimanubibi on April 1st, 2015 01:57 pm (UTC)
Re: [Evangelion] Misato Katsuragi,Ryoji Kaji | gen, missing moment | 317
*strillacchia* ;____; #otp
Alexiel Mihawk: MisatoKajialexiel_hamona on April 1st, 2015 02:05 pm (UTC)
Re: [Evangelion] Misato Katsuragi,Ryoji Kaji | gen, missing moment | 317
I KNOW.
Tra l'altro ho finito il rewatch tipo l'altro ieri e ora sono in una pozza di feels a soffrire come un cane e a rebloggare furiosamente immagini di loro due perché OTP suprema ;___________;
flat_whatflat_what on April 1st, 2015 01:53 pm (UTC)
[I MISERABILI] Javert/Valjean | Slash, modern!AU, tematiche delicate | SFW | 810
L'odore di incenso è insopportabile, e non per la prima volta Javert si chiede come diavolo ci sia finito lì. A fare compagnia a Valjean, in chiesa, lui che al massimo biascica il Padre Nostro per non fare brutta figura.
Era sembrato un ragionamento logico: Valjean lo aveva visitato tutti i giorni, durante quell'interminabile periodo di riabilitazione, in cui la sua unica compagnia oltre a lui erano state riviste di dubbia qualità e telefonate di colleghi abbastanza coraggiosi da voler interagire di loro spontaneità con il terrificante Ispettore Javert.
Ora, è o non è semplice cortesia, restituire la compagnia nei momenti di bisogno? Ora che la figlia di Valjean è sposata- e pure in piena luna di miele- è difficile per Javert osservare Valjean farsi più curvo e triste di giorno in giorno senza provare una stretta a quel cuore che credeva arido e secco.
Cortesia, obblighi o addirittura affetto- la parola sembra troppo strana e troppo piccola, nel suo cervello- poco importa cosa di tutto questo lo leghi a Valjean, Javert si sente immancabilmente a disagio, nonostante le buone intenzioni, perché offrendogli compagnia lo costringe a spingere la sua sedia a rotelle.
"Costringere" è una parola esagerata, ma è anche vero che Valjean sembra sentirlo come una specie di dovere, quello di spingerli la sedia. E quando Javert prova a rifiutare, sembra quasi triste.
Che strano tipo.
Come abbia potuto innamorarsi di lui, qualche volta Javert fatica a capirlo.
In ogni caso, ci sono posti che fa fatica a raggiungere da solo.
Partecipare alla messa è un altro motivo di disagio per lui, ma non può dire di farlo solo per Valjean. Una piccola parte del suo animo, forse, sta cercando un senso alla sua esistenza.
Finita la funzione, durante la strada verso casa, ripensa alle parole del sacerdote e finisce, come al solito, a discuterne con Valjean.
Tra i due, Javert è il più giovane di pochi anni, ma conversando con lui di questi argomenti, si sente come un bambino stupido.
"Perché Dio tiene alla nostra vita", sta spiegando Valjean e le parole risultano per Javert un'eco delle parole che gli venivano rivolte ogni dannato giorno durante la guarigione dopo la caduta. Parole che non sempre avevano suscitato in lui più rabbia che reazioni positive.
C'era stato un momento in cui era esploso e aveva detto cose abbastanza orribili, aveva detto che non è possibile che a Dio importi qualcosa se quel bambino è morto durante la rivolta, se i tuoi nipoti sono tutti morti di fame mentre eri in carcere, Valjean, se io devo sopravvivere così, molto meglio morire.
In quel momento, Valjean era diventato incredibilmente triste, e Javert si era detto che non sarebbe più tornato a fargli visita.
Il giorno dopo, Valjean era tornato, sorridendo, come sempre. E il giorno dopo ancora e ancora.
Javert si era sentito grato, per questo.
Ora, Javert cerca di non arrabbiarsi più a quel genere di discorsi, ma non avere dubbi, a non pensare a quelle cose orribili, nei suoi momenti più bui.
"La vita è un dono". Javert si sforza, ha già sentito tutto questo, eppure continua a non capirlo.
Forse è solo questione di prospettiva, di fede. Lui, una volta, aveva fede nella Legge. E ora la sua fede in Dio è forse solo terrore dell'abisso che aveva scorto quella notte, nelle lugubri correnti del fiume.
Era stato Valjean a soccorrerlo, quella volta, e a Javert era sembrato, nelle prime visite, che venisse a trovarlo perché lo considerava una sua responsabilità.
Non sono tuo figlio, aveva pensato di dirgli, ripromettendosi un giorno, in modo quasi puerile, di restituire il favore offrendogli compagnia come si fa con un vecchio.
A quel tempo non gli era venuto in mente che avrebbe cominciato a vederlo di sua spontanea volontà. Non per ripicca, e neanche per pura cortesia, ma per genuino interesse nei suoi confronti.
Ogni tanto si chiede come sia possibile che Valjean provi lo stesso interesse verso di lui. Javert ha ragioni legittime.
Lo ammira. La sua pazienza, la sua fede, il modo in cui è capace di sorridere nonostante il dolore che prova.
Sì, questa è un'altra scoperta: Valjean soffre e nasconde questa sofferenza.
flat_whatflat_what on April 1st, 2015 01:55 pm (UTC)
Re: [I MISERABILI] Javert/Valjean | Slash, modern!AU, tematiche delicate | SFW | 810
Gli pare inconcepibile che Valjean apprezzi la sua compagnia anche perché in essa possa trovare conforto.
Valjean è quello più adatto a confortare dei due. Javert si sente incapace e ancora troppo distrutto, se paragonato a lui.
Ma forse è solo un'altra questione di prospettiva.
La voce di Valjean lo raggiunge dopo alcuni minuti di silenzio.
"Compro una fetta di torta? Così a casa abbiamo come accompagnare il tè".
"Ok", risponde Javert.
Nessuno dei due è il tipo che mangerebbe una fetta di torta, da solo. Ma è uno dei piaceri in cui indugiano volentieri quando sono insieme.
L'odore del tè farà loro dimenticare quello di incenso, e per un po' saranno in pace.
ranting_oneranting_one on April 1st, 2015 03:20 pm (UTC)
[ONE PIECE] Donquixote Doflamingo/Monet | het, si parla un po’ di sesso | NSFW | 310
Monet non si è mai preoccupata di capire quali fossero i piani o le intenzioni di Joker, ma del resto è anche vero che non le importa. Lui è il burattinaio, lui, che muove i fili della sua vita, che la tiene in piedi, e tanto le basa per fare qualsiasi cosa lui le chieda. Uccidere e morire non hanno più alcun significato morale nella sua mente da quando è entrato nella sua vita ed è indescrivibile la gioia che le monta nel petto quando sente la sua voce – cielo, può anche sentire il suo sorriso, attraverso il lumacofono, capire come è seduto, immaginare come è vestito – ricompensarla per il suo duro lavoro.
E ora è lì davanti a lei. Quello Shichibukai che presto avrebbe dominato sul mondo intero – come suo diritto di nascita – è a Punk Hazard per discutere alcuni dettagli con Ceasar, e Monet può finalmente rivederlo di persona attraverso le lenti spesse degli occhiali da lettura, le penne che vibrano dall’emozione.
Sono più di due anni che non lo tocca e ora non ha più le mani per farlo né le gambe da stringere attorno alla sua vita mentre lui la penetra e la sbatte dove capita, tenendola nella posizione che più lo aggrada grazie al potere che gli ha conferito il Frutto del Diavolo.
Si morde il labbro inferiore, triste e frustrata, ma quando ritorna a guardarlo nota che Joker la sta fissando, i denti bianchissimi scoperti, come una belva che ha finalmente messo gli occhi sulla sua preda.
«Ti trovo bene, Monet,» dice, camminando verso di lei con la sua solita andatura dinoccolata. «Sono felice di vedere che le parti importanti del tuo corpo sono ancora tutte al loro posto,» commenta, e Monet sente il suo sguardo accarezzarle la gola, il petto, persino l’inguine.
Deglutisce. Forse non tutto è perduto, dopotutto.

Edited at 2015-04-01 03:23 pm (UTC)
ranting_one: Chibiusaranting_one on April 1st, 2015 07:30 pm (UTC)
[BLACK BUTLER] Soma/Ciel Phantomhive | Slash | SFW | 480
Quella mattina Soma è insopportabile, e non per la prima volta da che si è svegliato Ciel ha dovuto reprimere con tutte le proprie forze il desiderio di chiamare Sebastian per porre finalmente fine alla miserabile esistenza di quel principe che si è stabilito senza permesso o preavviso a casa sua.
Cieeeeeel,” cantilena nuovamente Soma, direttamente nel suo orecchio. “Facciamo qualcosa.”
“No,” ribatte Ciel, e con il gomito cerca di levarselo di dosso, senza successo. Non solo quel maledetto è irritante, ma è pure più grande fisicamente e più forte di lui.
Dannazione! Come accidenti ci sono finito in questo disastro?
“Non essere così categorico,” mugugna Soma, che evidentemente è troppo stupido per capire che Ciel lo vuole fuori dai piedi, e all’improvviso Ciel sente il suo naso premuto contro la propria nuca e le sue labbra – morbide, bagnate – sul suo collo.
Ci mette un secondo a balzare via, una mano premuta dove prima c’era stata la bocca dell’altro, il viso in fiamme.
“Che diavolo pensi di fare, idiota?!”
“Eh? Ma ieri sera ti era piaciuto.”
Se possibile, il viso di Ciel diviene ancora più rosso. “Ieri sera è stato ieri sera! Ieri sera è stato un errore! Ieri sera—esci subito dalla mia stanza!”
Urla e Soma è abbastanza spaventato da quella reazione da non farselo ripetere due volte. Senza nemmeno preoccuparsi di recuperare i propri vestiti o di coprirsi in un modo qualsiasi – per certe cose Soma non ha mai provato la minima vergogna, e perché avrebbe dovuto, dopotutto? – esce dalla stanza richiudendosi velocemente la porta alle spalle.
Ed è proprio in quel momento che il maggiordomo di casa Phantomhive fa la sua comparsa, impeccabile come sempre, con un vassoio d’argento tenuto abilmente in equilibrio su una mano. Sorride, e per qualche strana ragione – sarà il freddo, si dice Soma – il principe indiano sente lunghi brividi percorrergli la schiena.
“Buongiorno,” lo saluta Sebastian, facendo un cenno col capo nella sua direzione. “Ci lasciate così presto?”
Soma apre la bocca per parlare – Come facevi a sapere che mi trovavo qui? è una delle tante domande che gli passano per la testa – ma alla fine si limita a passarsi una mano tra i capelli scuri, le labbra piegate in un broncio.
“Mi ha cacciato via,” dice e Sebastian si limita a rispondere un semplice Capisco prima di voltarsi a guardare il vassoio sul quale, Soma lo nota solo in quel momento, vi sono appoggiate stoviglie in fine ceramica per due.
“Suppongo allora che il mio padrone non vorrà che entri con tutta questa roba,” dice, e prima che Soma possa replicare qualcosa il maggiordomo è già sparito in fondo al corridoio.
“Bah,” dice, ad alta voce, e con le mani intrecciate dietro la nuca si dirige verso la propria stanza. “Credo che a questo punto mi farò un altro sonnellino prima di colazione.”
zia Lizzò ~ la leonessa sul comò: elsa | let it golisachanoando on April 1st, 2015 08:30 pm (UTC)
[RPF CALCIO] Davide Santon/Mario Balotelli | Slash, Angst, Future!Fic | SFW | 1726
LE DIFFERENZE DA UNA A SETTE

Sono più di due anni che non lo vede, e si ritrova a cercargli addosso le differenze in dettagli minimi, come in quei stupidi giochi della Settimana Enigmistica – sua nonna, era sua nonna, sì?, non smetteva un attimo di fare le parole crociate, ogni tanto, piuttosto spesso, in realtà, lo chiamava, “Dade,” gli diceva, “Dade, vieni ad aiutarmi”, e Davide si accucciava sul porticato accanto a lei e la ascoltava porgli domande di cui mai nella vita a quell’età avrebbe potuto conoscere la risposta, “Una unità di misura delle radiazioni, che, Dade, tu lo sai?”, per ore e ore, e si domandava, come fai, nonna, come fai a non morire di noia – quei giochi ridicoli, quelli che completano i bambini dopo aver rubato il settimanale ai più grandi, le immagini allo specchio con differenze minime, da uno a sette, quali sono i particolari che non combaciano?
Numero uno, la sua mano grandissima stretta attorno a quella piccola piccola della bambina che lo accompagna, la sua bambina. Pia. Ha più o meno la stessa età di Sienna, forse appena più grande. Davide non ricorda la sua data di nascita. Onestamente ricorda di avere evitato le notizie apposta. Di aver letto la prima dichiarazione della Fico sui giornali, di aver annusato nell’aria la tragedia che ne sarebbe seguito, e di aver deciso scientemente di tirarsene fuori. No, non ci sarebbe ricascato. No, non avrebbe passato i sei mesi successivi a struggersi lanciando sguardi di fuoco al telefono, chiedendosi “dovrei chiamarlo? Perché non mi chiama?”, senza poi decidere di fare niente. No, no, quella era una cosa di Mario, il circo mediatico, gli strilli da tragicommedia napoletana, il balletto di pseudo-interessati nessuno dei quali sembrava potesse esimersi dal dare la propria opinione, sulle basi di che cosa non era mai dato sapere. No.
Resta la sua mano grandissima stretta attorno a quella piccola piccola della bambina che lo accompagna.
“Playdate,” si sono detti per telefono mentre organizzavano l’incontro di oggi.
Playdate, conferma la sua stessa mano, stretta con la stessa tenerezza attorno a quella piccola piccola di sua figlia Sienna.
Numero due, l’ombra di scuse sul fondo dei suoi occhi scuri. Un’ombra che non ricorda di avergli mai visto addosso. Neanche dopo le peggiori stronzate. E Mario ne ha fatte anche nel passato remoto in cui hanno smesso di vivere da un pezzo ma dentro al quale ogni tanto, Davide lo sa, entrambi ancora si trincerano, edulcorandolo a volte, la gabbia dorata e tutta la merda che usualmente si dice a riguardo, che uno dice, sì, va bene, sarà dorata, ma una prigione è sempre una prigione, stronzate, pensa Davide, di fronte ad asfissianti mura di pietra che puzzano di vomito e piscio, prendo la gabbia dorata dieci volte su dieci, prigione o no.
Resta quell’ombra di scuse nel fondo dei suoi occhi scuri.
Non sa nemmeno quante volte avrebbe desiderato vedere una cosa simile farsi strada sul suo viso dopo le notti insonni e le interminabili attese di un gesto carino da parte sua.
E invece.
Numero tre, il sorriso aperto e sincero che gli illumina il viso, rendendolo ancora più bello di quanto Davide non lo ricordasse. I sorrisi di Mario non sono mai stati così, mai mai, mai per davvero, erano giocosi, divertiti, cinici, beffardi, cattivi, mai sinceri, mai così sinceri, mai che ti dessero l’impressione di essere solo quello, solo un sorriso, una testimonianza di benessere, una goccia di gioia risalita sottopelle, riaffiorata sulle labbra. Mario non era mai felice. Era allegro. Ogni tanto. Si divertiva, alla maniera stupida e vuota degli adolescenti. Ma era ferito per tutto il resto del tempo, incrinato come un soprammobile caduto per terra e mai riparato per bene. La gioia filtrava fuori attraverso la crepa, si disperdeva. Alle sue labbra non ci arrivava mai.
Resta quel sorriso aperto e sincero ad illuminargli il viso e a renderlo ancora più bello di quanto Davide non lo ricordasse.
Il che è sempre un problema.
zia Lizzò ~ la leonessa sul comò: gen | rolling chicklisachanoando on April 1st, 2015 08:31 pm (UTC)
Re: [RPF CALCIO] Davide Santon/Mario Balotelli | Slash, Angst, Future!Fic | SFW | 1726
Numero quattro, la distanza che mantiene, nella quale sembra essersi congelato, nonostante sorrida, nonostante lo stia salutando, dal primo momento che l’ha visto. È un’onda di vento ghiacciato che gli soffia sulla faccia, tagliandogli la pelle. Non è abituato ad averlo così lontano. Mario gli è sempre corso incontro. Mario gli è sempre corso incontro. Potevano essere sul campo o fuori, si rincorrevano di continuo. La distanza era una breve parentesi di attesa fra il primo abbraccio e il successivo, e il successivo, e il successivo. Era resa innocua dalla consapevolezza che non ci sarebbe mai stato un abbraccio finale, l’ultimo, quello dopo il quale non si sarebbero più visti. (E invece.) (Di nuovo.)
Resta la distanza che mantiene, nella quale sembra essersi congelato, nonostante sorrida, nonostante lo stia salutando, dal primo momento che l’ha visto.
Fa così male. Così male che Davide quasi non riesce a sopportarlo.
Numero cinque, l’aria adulta che lo circonda, quella consapevolezza di sé che, per la prima volta in assoluto da quando si conoscono, lo rende ai suoi occhi completamente impenetrabile. Una cosa inaccettabile, per Davide, che l’ha sempre letto come un libro aperto, anche nei momenti peggiori. Sapeva sempre quando stava male, e perché. Poteva identificare con precisione l’esatta gradazione di dolore che stava provando solo dalla piega triste del suo sorriso. Poteva spiegarne i motivi guardandolo negli occhi. Cancellarne le tracce stringendolo fra le braccia. Stendere le rughe della sua fronte costantemente aggrottata con una carezza lieve. Cancellare le lacrime che gli pungevano sotto le ciglia con la sola pressione delle proprie labbra. E quegli scoppi di allegria così improvvisi e incontrollati, poteva sempre sapere cosa nascondevano. Tradurli in linguaggio corrente per capirne le meccaniche. C’era quella certezza. L’unica certezza che aveva su di lui. Poteva temere di perderlo, ma non poteva temere di smettere di capirlo.
E adesso non lo capisce più.
Resta l’aria adulta che lo circonda, quella consapevolezza di sé che, per la prima volta in assoluto da quando si conoscono, lo rende ai suoi occhi completamente impenetrabile.
Ripensa a quando l’ha visto rientrare in camera a notte fonda, in albergo, dopo il suo primo incontro con i coniugi Barwuah – i suoi genitori, anche se Mario non li ha mai chiamati così. Ricorda il caldo di quella notte a Palermo. Il sudore che gli appiccicava addosso le coperte.
Ha contato le lacrime in punta di lingua mentre Mario si svuotava della tristezza accumulata in diciotto anni di dolore da abbandono. “Dio, Dade, Dio, grazie di esserci. Grazie di esserci. Non ce la faccio, senza di te. Non ce la faccio.”
Quanti secoli sono passati?
Numero sei, l’indifferenza della folla che vortica serenamente attorno a loro per le strade di Liverpool, dozzine e dozzine di persone tutte prese dalle complessità della loro vita quotidiana, il lavoro, i figli, la scuola dei figli, il lavoro alla scuola dei figli, il desiderio spasmodico di fare qualcosa per i loro bambini, con i loro bambini, così che i loro bambini possano crescere pensando “ah, la mia cara mamma, ah, il mio caro papà”. Quando poi nessun bambino cresce mai pensando qualcosa di diverso da “quello stronzo” o “quella stronza”.
(Sono i drammi della maternità, i drammi della paternità. Davide cerca sempre di ricordarselo quando vede Sienna sorridergli come se non esistesse al mondo niente di più bello del suo viso. Cerca di ricordarselo quando pensa che fra qualche anno la vedrà solo a pranzo e a cena e le uniche impacciate chiacchiere che si rivolgeranno saranno relative a cose pratiche, cose inutili, dove devi andare, ti accompagno, ti serve per caso un cellulare nuovo, tesoro?, e via così.)
zia Lizzò ~ la leonessa sul comò: gen | flower princesslisachanoando on April 1st, 2015 08:31 pm (UTC)
Re: [RPF CALCIO] Davide Santon/Mario Balotelli | Slash, Angst, Future!Fic | SFW | 1726
Non hanno mai potuto incontrarsi all’aperto senza che qualcuno li riconoscesse, si avvicinasse, cominciasse a fare domande, chiedesse un autografo. Milano è invivibile, da questo punto di vista. Davide ricorda ancora un pomeriggio completamente sprecato, dovevano avere più o meno diciassette anni, erano usciti per comprare un paio di scarpe, si erano ritirati in Pinetina che Mario non aveva più la felpa, un ragazzino voleva un autografo ma non aveva neanche un pezzetto di carta da farsi firmare, Mario si era tolto la felpa, aveva scritto il proprio nome per tutta la lunghezza della manica, il ragazzino si era messo quasi a piangere dalla gioia. Mario era capace di gesti così. La gente non li capiva. Davide ne sorrideva con l’orgoglio nascosto di chi presumeva di poterne spiegare il funzionamento a memoria.
Milano era invivibile, Liverpool è più discreta. La gente ha i suoi problemi. La gente li ignora. La gente li lascia fare.
Resta la loro indifferenza mentre vorticano sereni attorno a loro due per le strade di quella città, dozzine e dozzine di persone tutte prese dalle complessità della loro vita quotidiana, il lavoro, i figli, eccetera.
E il senso di solitudine che li attanaglia.
Numero sette. I capelli.
Naturalmente i capelli.
Davide trattiene a stento un sorriso mentre notare quell’ultimo particolare differente gli dà la spinta che mancava per decidersi a prendere in braccio Sienna, attraversare la strada e raggiungerlo di fronte al cancello d’ingresso del parco.
Si salutano un po’ freddamente, all’inizio nemmeno si toccano. Sienna e Pia si squadrano dubbiose, si studiano incerte per qualche istante. Poi, una volta varcato il cancello, le mettono a terra e basta loro quello spicchio di relativa libertà per trovarsi come si conoscessero da sempre. Una cosa che riempie il cuore, anche se sanno entrambi perfettamente che, se per caso non dovessero più vedersi dopo questo pomeriggio, a nessuna delle due resterebbe neanche un ricordo sbiadito di questo momento.
- E insomma, - dice Mario con un sospiro, - Sono contento di vederti. Ti confesso, - ridacchia, - Che quando ti ho chiesto se ti andava avevo paura che mi rispondessi che l’idea di dover prendere l’aereo per un playdate era così ridicola che poteva venire solo da me, e che potevo andarmene a fanculo.
- Non nego di averlo pensato, - sorride Davide, e scrolla le spalle, - Però poi ho detto sì.
Mario si ferma, voltandosi verso di lui. Sorride in quel modo diverso, si muove in quel modo diverso, quell’ombra negli occhi è sempre diversa, è distante, incomprensibile, un po’ freddo e drammaticamente solo, ma quando solleva una mano e gli sfiora la guancia Davide ricorda una cosa, una sola, e quella non è mai cambiata.
E non ha bisogno di dirla ad alta voce.
defe ~ la sezione aurea del fandom (cit.)el_defe on April 1st, 2015 10:43 pm (UTC)
Re: [RPF CALCIO] Davide Santon/Mario Balotelli | Slash, Angst, Future!Fic | SFW | 1726
CRISTO QUANTO TI ODIO. Per tutto quanto e per un passaggio in particolare. ;_;
chococateaerith1992 on April 2nd, 2015 12:11 am (UTC)
[FINAL FANTASY VIII] Squall Leonheart/Rinoa Heartilly | Angst | SAFE | 156
Rinoa detesta l’infermeria. La dottoressa Kadowaki è una delle persone più oneste e generose che conosca e certamente migliora l’atmosfera, ma la addolora vedere costantemente ragazzi del Garden feriti, soprattutto i suoi amici. Da che li conosce, non riesce più a contare sulle mani ogni volta che sono stati qui. È normale, le dicono, siamo soldati, e si sforza di sopportare la vista dei suoi compagni feriti. Con Squall, però, una volta ritrovato nel campo della loro promessa mezzo morto, è insopportabile, e non per la prima volta Rinoa vorrebbe che non fosse un SeeD, nonostante ciò li abbia avvicinati e legato indissolubilmente i loro destini. La uccide vederlo steso, quasi immobile, su un anonimo letto di infermeria, una flebo nel braccio e addosso una bianca vestaglia tanto diversa dalla giacca e dai pantaloni di pelle nera che indossa. Non sembra più lui, così, privato di ogni identità. Rinoa può solo sperare che si risvegli presto.
arwen1988arwen1988 on April 2nd, 2015 12:30 am (UTC)
[Escape Plan] Emil Rottmayer, Javed | Erotico | Slash, AU | NSFW | 1016


Javed non amava molto andare in vacanza insieme ai genitori, perlopiù perché voleva dire dover stare insieme a loro due, sentire i loro commenti e le loro opinioni su tutto e tutti in ogni momento e non avere un attimo di pace in cui poter anche solo fissare le gambe di qualche ragazza di passaggio. O i bicipiti del ragazzino che continuava a fare la spola davanti al suo asciugamano. Javed fu felice per l'ennesima volta di essersi portato i propri occhiali da sole quando il ragazzino gli passò ancora davanti e suo padre ovviamente non notò che piuttosto che continuare a leggere lui passava lo sguardo con tutta calma sul ragazzino incredibilmente muscoloso che, grazie a Dio, almeno evitava di lanciare sguardi nella sua direzione. Già aveva sentito suo padre brontolare rivolto a sua madre di "ragazzini e il non coprirsi abbastanza con certi costumi da bagno", non osava immaginare come avrebbe reagito se avesse capito che il suo unico figlio, sdraiato pancia in giù a leggere, stava segretamente osservando il ragazzo in questione e rimaneva ben fermo per non far notare a nessuno l'erezione gonfia.
Javed non rivide più il ragazzo, né il giorno dopo né quello dopo ancora, con suo grande disappunto, ma continuò in qualche modo a pensare a lui, soprattutto quando la notte era da solo in camera e si chiedeva come sarebbe stato sentire quei muscoli sotto le proprie mani.
Col tempo Javed si dimenticò comunque di lui, convinto che non l'avrebbe mai più rivisto, finché due anni dopo a scuola non si ritrovò davanti un nuovo studente, probabilmente appena trasferito, e quello - all'aria ogni prudenza - si appoggiò accanto al suo armadietto con una spalla, guardandolo da fin troppo vicino con un mezzo ghigno.
"Sbaglio o due anni fa eri nella mia stessa spiaggia? Non sembra passato un giorno dall'ultima volta che t'ho visto."
"Mi dovrei ricordare di te?" Chiese Javed con un sopracciglio alzato, sostenendo il suo sguardo come se davvero non si ricordasse di lui. "Perché non evapori?" Chiese acido, cercando di mantenere almeno la propria reputazione.
"Perché mi hanno detto di parlare col capitano della squadra." Ridacchiò il ragazzo, affatto scoraggiato dal suo sguardo, e gli mostrò in effetti il foglio firmato dal coach per la nuova recluta della squadra di atletica.
Javed prese il foglio con la sua miglior aria stoica nonostante l'improvviso pensiero di avere quel ragazzo sempre negli spogliatoi con sé, in pantaloncini e canottiera durante gli allenamenti e probabilmente fin troppo vicino poi anche in trasferta.
Era un problema, un grosso problema, e la conferma di quanto fosse un terribile problema arrivò alle docce dopo gli allenamenti, quando Javed scoprì di essere fin troppo cosciente di dove fosse il ragazzo e di se fosse già nudo o meno. Finì per dover cambiare la propria routine e farsi la doccia per ultimo tutti i giorni per evitare che tutti i suoi compagni notassero le reazioni del suo corpo - la stessa identica reazione che aveva avuto la prima volta che l'aveva visto - e in qualche modo la voce dei suoi interessi sessuali arrivasse a suo padre. Scoprì quanto i suoi piani fossero lontani dalla perfezione quando improvvisamente anche Emil, il nuovo ragazzo, iniziò ad andare sotto le docce tra gli ultimi, finendo per stare lì da solo con lui per lunghi minuti.
"Continuò a pensare di averti visto in spiaggia, anni fa." Lo informò Emil, facendolo sobbalzare appena, fin troppo vicino, e Javed guardò da sopra la spalla il ragazzo appoggiato alla parete divisoria tra le docce esattamente come aveva fatto contro gli armadietti il primo giorno a scuola.
"E ci saremmo parlati?"
"No. Ma certe cose non le dimentico." Ridacchiò, scendendo con lo sguardo dal suo viso alla sua schiena, lasciando scivolare lo sguardo sul suo posteriore bagnato e rimanendo a fissarlo in un modo che riuscì a far contemporaneamente irritare ed eccitare Javed.
arwen1988arwen1988 on April 2nd, 2015 12:31 am (UTC)
Re: [Escape Plan] Emil Rottmayer, Javed | Erotico | Slash, AU | NSFW | 1016
"Non hai altri posti dove sarebbe meglio stare?" Chiese, cercando di suonare acido senza molto successo.
"Beh sì, ma non credo tu mi voglia lì dentro."
"Il vai via non era abbastanza implicito?"
"Non proprio, no. Ma se vuoi che me ne vado allora me ne vado. Altrimenti posso anche rimanere qui a godermi la vista, siamo rimasti gli unici negli spogliatoi." Lo informò con tutta calma.
A quell'informazione Javed non riuscì proprio ad evitare di leccarsi le labbra, eccitato da far male nonostante cercasse di non mostrarlo all'altro. Non disse nulla e Emil dietro di lui ghignò appena, felice di quell'implicito permesso di restare che arrivò col suo silenzio.
Javed cercò di prolungare la doccia il più a lungo possibile, sperando se ne andasse comunque, cosciente che con lui dietro non avrebbe potuto farsi una doccia fredda senza farsi notare, e voltarsi con un'erezione svettante tra le gambe non sembrava un'opzione. Alla fine però persino Emil comprese quale fosse il problema, senza nemmeno il bisogno di vederlo, e fu lui a leccarsi le labbra.
"Posso essere d'aiuto, capitano?"
"In cosa?" Chiese, aiutato nel proprio tono dalla frustrazione accumulata.
"A mandare via il tuo problema." Mormorò Emil, senza farsi più problemi ad infilarsi completamente nello stallo, ormai incredibilmente vicino a lui.
Javed trattenne il respiro a sentire le sue mani sui fianchi.
"Pensi sia colpa tua?"
"Sarei felice se fosse colpa mia." Mormorò Emil, felice di poter sbirciare finalmente la sua erezione da sopra la sua spalla. "E sarei ancora più felice se me lo lasciassi succhiare, capitano." Mormorò vicino al suo orecchio, ghignando nel vedere il piccolo scatto del sesso dell'altro ragazzo, rivelatore di cosa ne pensasse nonostante il broncio che aveva Javed sulle labbra.
Almeno finché non si voltò completamente verso Emil e dopo un momento il ragazzino si inginocchiò davanti a lui, guardandolo negli occhi mentre prendeva a leccarlo.
Javed non riuscì più a fingere e dovette puntellarsi contro le pareti per rimanere stabile mentre non riusciva a non gemere e a spingergli piano il bacino incontro, facendo un suono imbarazzante quando Emil lo prese finalmente in bocca e prese a succhiarlo come entrambi sotto sotto avevano desiderato succedesse sin dal primo giorno.
SidheDCV: Tyrionsidhedcv on April 2nd, 2015 08:07 am (UTC)
[Axis Powers Hetalia] Impero Romano/Costantinopoli | Slash | SAFE | 169
«Cos’è questo?» chiede Augusto sventolando per aria un pezzo di stoffa che un tempo era stato rosso e che ormai è così vecchio e rovinato che per qualche secondo nemmeno Costantino riesce a capire di cosa si tratti; per qualche motivo Augusto ha deciso di passare il pomeriggio a curiosare in soffitta e sono ore che tira fuori dagli scatoloni vari oggetti dei quali desidera sapere la provenienza.
«Non lo riconosci?» mormora divertito Costantino, una volta osservato con attenzione l’oggetto, sorridendo dell’espressione imbronciata di Augusto e dei palesi tentativi che sta compiendo per ricordare.
«Mi dai un po' di tempo per pensarci?» domanda Augusto con l'espressione da cane bastonato che imbastisce ogni singola volta che sa perfettamente di aver sbagliato e vuole a tutti i costi farsi perdonare.
Costantino lo lascia fare per interi minuti prima di chinarsi su di lui e lasciargli un bacio lievissimo sulle labbra: «speravo ti ricordassi il velo che indossavo quando ci siamo sposati».
Il sorriso ebete di Augusto lo ripaga di qualsiasi ipotetica delusione.
H_Mushroomh_mushroom on April 2nd, 2015 08:59 am (UTC)
[Supernatural] Dean Winchester, Castiel | Flashfic, time line: 9x22 | SAFE | 476w
«Hai appena rinunciato a un intero esercito per un solo uomo» dice, e non può non chiedersi cosa ci sia di meraviglioso in quel semplice gesto.
Lo guarda, non è la prima cosa a cui rinuncia per Dean Winchester, non è sicuramente la più importante. Castiel non ha mai voluto un esercito, ha già avuto anni – millenni, secoli passati dentro guarnigioni, ad eseguire ordini ma non completamente – in cui disporre di uno, e alla fine non è mai stato un esercito a muovere le montagne di tutto ciò a cui Castiel ha avuto modo di credere nella sua infinita vita.
Quindi è difficile, ancora ostico, soffiare sulla polvere di ciò che ha sempre avuto sotto gli occhi; di quella vecchia abitudine, ereditata con la nascita del mondo stesso, di far scivolare i dubbi nelle crepe più buie della sua grazia, e di considerarli solo quando non è più possibile ignorarli.
Ecco.
Sbatte le palpebre, ed è di nuovo lì. Persistente, troppo difficile da scacciare via. Castiel l'ha già visto prima d'ora – ha dovuto afferrargli un braccio e sputare fuori un dannazione, perché è l'unica cosa che gli sia mai stata insegnata
(Dannazione, Cas, possiamo aggiustarlo)
ed è l'unica cosa che ha potuto prendersi il diritto di dire, rubando le parole come il ladro di umanità che è si è scoperto essere in retrospettiva. O forse è perché è stato adottato, pensa, e certe cose se non sono genetiche ti si attaccano addosso, tutte le brutte abitudini di una famiglia si trasmettono al membro onorario.
In quel battito di ciglia, Dean – questo che è lo stesso Dean per cui è necessario sacrificare un esercito, ma che gli fa stringere gli occhi – assume connotati diversi, Castiel può vederlo cambiare perché se fosse stato sempre lo stesso Dean (e lui fosse stato sempre lo stesso, sempre Cas, detto con quella specie di e in mezzo, il nome mai srotolato fino alla fine) quel dialogo sarebbe stato obsoleto. Ovviamente Dean l'avrebbe saputo, che Castiel – che Cas non avrebbe mai fatto una cosa simile; ovviamente Cas l'avrebbe saputo, che Dean sapeva. Ma ciò che invece vede in Dean lo rende ai suoi occhi completamente impenetrabile.
Sbagliato è la prima parola che gli viene in mente. E non è sbagliato perché Castiel ha sbagliato, e le ripercussioni dei suoi errori sono sui volti, accuratamente schivati, delle poche persone che gli sono care.
Castiel che ha visto Caino uccidere Abele, che ha visto tutte le strade offerte dal destino e ha deciso di crearsene una diversa, tutta nuova, tutta da capo, in quel momento stringe le labbra, e guarda in alto, perché ha avuto modo e tempo per essere codardo, per fingersi dispiaciuto, e non sa cosa dire. Sono due persone sbagliate in una situazione sbagliata.
«Pensi davvero che noi tre saremo abbastanza?»
«Lo siamo sempre stati.»
danzanelfuocodanzanelfuoco on April 2nd, 2015 09:44 am (UTC)
[Doctor Who] Clara/Twelve | het, missing moment, Christmas special | SFW | 611
È certa che sia lui, riconoscerebbe il TARDIS ovunque, quel blu che racconta di spazi infiniti e pianeti lontani, quel suono che promette viaggi e avventure incredibili. Sono anni che Clara non vede il Dottore, anni che ha passato guardando il cielo fuori dalla finestra della sua camera ogni notte prima di coricarsi in un letto freddo e vuoto, cercando di trattenere le lacrime per tutto quello che ha perso. Così quando sente quel rumore e le pare di intravedere uno scorcio di blu dietro l'angolo, scende in strada in pigiama, senza nemmeno infilarsi la vestaglia, e quando raggiunge l'angolo quella è davvero il TARDIS.
Una figura si sta allontanando, quello è il Dottore, ne é certa, lo riconoscerebbe ovunque. Lo chiama a gran voce, ma quello non si gira. Continua a chiamarlo, urlando il suo nome a gran voce, e le se sembra impossibile che non la senta, ma continua a farlo mentre gli corre dietro. Le manca il fiato, la strada sembra allungarsi sotto i suoi piedi, ma sente il suo corpo ringiovanire ad ogni falcata.
Poi lo raggiunge.
Quando finalmente sono faccia a faccia, ogni possibilità di fuga impossibile, Clara ha di nuovo trent'anni e sente i suoi occhi velarsi di lacrime.
La dodicesima reincarnazione del Dottore la guarda con occhi vacui, come non riconoscendola. Poi cambia sotto i suoi occhi in un conto alla rovescia che Clara non può far altro che guardare impotente. Undici, dieci, nove - ad una velocità incredibile e Clara fa in tempo solo a riconoscere un farfallino, un impermeabile, una giacca di pelle, prima che cambi ancora - il War Doctor, otto, sette, sei - un panciotto, un bastone rosso, una giacca colorata, Clara li ha già visti tutti, li ha già conosciuti tutti, potrebbe disegnarne i tratti a memoria anche adesso che non riesce a distinguerli - cinque, quattro sempre più velocemente - un gambo di sedano, una sciarpa impossibile - e poi tre e due, talmente veloci che Clara distingue solo due macchie nere. Uno.
Il primo Dottore, prima di qualunque rigenerazione. Clara lo riesce a fissare per qualche secondo, poi cambia ancora e davanti a lei c'è di nuovo il suo Dottore, quello vecchio e scorbutico, che non ama gli abbracci, ma che la ama lo stesso.
Si tende verso di lui, sta quasi per toccarlo. Portami via con te, lo implorerebbe.
Poi si sveglia.
È sola, nella sua camera. Si alza in fretta, quanto più in fretta le sue vecchie ossa glielo permettano e quasi si lancia contro la finestra, inciampando nei suoi stessi piedi. Nessun TARDIS all'angolo della strada.
Sono anni che fa quello stesso sogno, eppure ancora spera che sia la realtà.
Poi si sveglia.
Davanti ai suoi occhi c'è il Dottore, sempre lo stesso, non è cambiato di una virgola e adesso è Clara a sembrare molto più vecchia. Tiene in mano quel dannato alieno succhia-cervello, è venuto a salvarla.
Le lacrime cominciano a scorrere davvero. Vorrebbe che fosse tornato prima, ma almeno è tornato. Se è un'altro sogno, per lo meno è diverso. Clara prega che non lo sia mentre siedono insieme ad un tavolo come non facevano da una sessantina d'anni e le lui le copre la mano con la sua per aiutarla ad aprire quel cracker.
Ti prego, non andartene di nuovo, pensa, ma non lo dice.
Poi si sveglia.
Davanti ai suoi occhi c'è il Dottore, sempre lo stesso, non è cambiato di una virgola. Tiene in mano quel dannato alieno-succhia cervello, è venuto a salvarla.
"Dottore, sono giovane?"
"Non ne ho idea." le dice, correndo alla ricerca di uno specchio, e questa volta Clara sa che non è un sogno.